“Il Giardino degli Alberi del Villaggio”

 

C’era una volta,
in un piccolo paese sospeso tra la luce e l’ombra,
una fresca mattina di primavera.

Il sole splendeva caldo e gentile,
gli uccellini danzavano nel cielo cantando allegri,
e il verde dei prati era costellato di fiori colorati.

Theo e Nora passeggiavano senza fretta.
Contemplavano i colori, respiravano i profumi,
partecipando alla gioia circostante con passi leggeri e pensieri sereni.

Si scambiavano poche parole,
come accade quando si sta bene insieme.

L’aria era così calma che sembrava che il tempo potesse d’un tratto fermarsi, come in un dipinto incorniciato.

Quando, all’improvviso,
un suono soffiò come un vento freddo su quella quiete,
scosse i capelli di Nora
e piegò i fili d’erba come spinti da un’onda improvvisa.

Un pianto.

Era lontano, ma intenso,
carico di singhiozzi trattenuti a fatica.
Proveniva da uno dei vicoli del villaggio.

Theo e Nora si guardarono,
e senza pensarci un momento seguirono quel richiamo,
a passo svelto,
fino a raggiungere una stradina stretta
che dalle porte del paese conduceva verso la piazza principale.

Lì, seduto a terra, c’era un bambino.
Stringeva tra le mani un piccolo vasetto di terracotta.
Dentro, una piantina giovane e fragile,
con un unico rametto…
la cui cima era protesa verso il basso.

Nessun altro sembrava essersi accorto di lui.

Nora si avvicinò piano
e gli si inginocchiò davanti.

«Cosa è successo?» chiese con voce gentile.

Il bambino alzò gli occhi lucidi.
«Ogni giorno vado a innaffiarla… me ne prendo cura con amore e responsabilità» disse tra i singhiozzi.
«È la mia.»

Theo capì subito.

Nel villaggio esisteva un’antichissima tradizione:
quando nasceva un bambino,
veniva piantato per lui un seme in un luogo speciale, situato tra il villaggio e il limitare del bosco, ai piedi della collina, chiamato il Giardino degli Alberi del Villaggio.

Qui ogni seme, cresceva insieme alla persona a cui era legato, fino a diventare albero.

Infatti, ogni pianta era legata al proprio umano, da una relazione profonda e ne serbava nella linfa, nelle radici e nella chioma ogni sentimento, e incisa nella corteccia ogni esperienza.

Il bambino continuò:
«Stamattina sono andato, come sempre, a portarle dell’acqua per prendermi cura di lei…
e ho visto che aveva questo rametto che cresce verso il basso.
Allora ho capito che è malata.»

Abbassò lo sguardo.
«L’ho tolta dalla terra e l’ho messa qui, in questo vasetto…
volevo portarla dal Dottore,
ma poi mi sono perso tra i vicoli.»

Nora sentì un nodo stringerle la gola.
Theo annuì piano.

«Capisco perché ti sei spaventato.»

«Vieni» disse Theo.
«Ti accompagniamo noi dal Dottore.»

Il Dottore del villaggio era un uomo anziano in camice bianco,
aveva capelli argentei ordinati
e mani grandi, mani rassicuranti, che sembravano sapere sempre come muoversi.

Il suo studio profumava di erbe, legno e tempo, e la porta era sempre aperta, o meglio, socchiusa, per permettere ai pazienti di entrare e accomodarsi, in attesa che il Dottore potesse accoglierli.

Quando il Dottore vide entrare i ragazzi, stava riordinando delle spezie nei barattoli di vetro che riempivano le infinite mensole e gli enormi scaffali che ricoprivano le pareti.

Notò subito la piantina con il rametto rivolto verso il basso, custodita nel vasetto d’argilla,
ma non disse nulla.

Posò sul tavolo il pesante barattolo che aveva appena finito di riempire di un erba scura, profumata, tagliata finemente. Spolverò via l’eccesso rimasto sul tavolo con le grandi mani che poi si strofinò con cura e vigore.

Si avvicinò al bambino. 

Si chinò su di lui osservandolo negli occhi.

Con lo sguardo, gli chiese il permesso di prendere in mano il vasetto con la piantina.

Il bambino glielo porse, il Dottore posò delicatamente il vasetto sul tavolo, accanto al barattolo di vetro.
Poi si voltò nuovamente verso il bambino e gli tese le braccia, il bambino si fece sollevare in un abbraccio che durò per qualche secondo.

Non l’abbraccio di un adulto che vuole
consolare in fretta,
ma quello di chi vuol far sapere di esserci davvero.

Il Dottore indietreggiò, si sedette su una pesante sedia di legno con i braccioli consumati dall’usura del tempo, e adagiò il bambino sulle sue ginocchia.

Poi disse semplicemente: «Raccontami.»

Theo e Nora fecero per uscire,
ma il dottore li fermò con un gesto del capo.

«Restate. Abbiamo bisogno anche di voi.»

Il bambino scosse la testa stropicciandosi nervosamente un lembo della maglia con le mani e disse:
«Non è successo niente…»

Poi tacque per un tempo lungo, pronto ad accogliere tutti i suoi pensieri vestiti di silenzio,
finché le parole, una alla volta,
cominciarono a fluire.

…Raccontò di un giorno in cui tutto gli era sembrato troppo grande per lui.

Di quando, durante un gioco con altri bambini, aveva provato a salire su una roccia più alta delle altre. Tutti lo guardavano. Voleva dimostrare di essere capace, di non essere “il più piccolo”. Ma quando aveva quasi raggiunto la cima, un piede era scivolato, poi l’altro, ed era caduto giù, per terra, davanti a tutti, e si era fatto male. Non tanto al corpo, quanto nel cuore.

«Ho sentito ridere…» disse a bassa voce. «E anche se qualcuno poi mi ha aiutato ad alzarmi, io avevo già deciso che non ci avrei mai più provato.»

Raccontò di come, da quel giorno, ogni errore gli sembrasse una prova del fatto che non fosse abbastanza.
Di come, ogni volta che qualcosa non gli riusciva subito, sentisse crescere in sé la voglia di nascondersi.


«Quando oggi ho visto il rametto della mia piantina crescere verso il basso» concluse, «Ho capito che non vedrò mai crescere il mio albero grande e forte, perchè non ne ho il coraggio. Non sapevo cosa fare, ci stiamo ammalando Dottore, io e la mia piantina, e ho pensato che solo lei potesse aiutarmi.»

Il Dottore non disse nulla.
Theo e Nora nemmeno.
Lasciarono che quelle parole riempissero il silenzio della stanza ancora per un pò, che trovassero il proprio spazio.

Poi fu Theo, che era rimasto per tutto il tempo fermo in piedi vicino alla porta, a fare un passo in avanti e a parlare.

Raccontò di una volta in cui, aveva creduto di essere il più forte. Aveva accettato una sfida per dimostrare qualcosa agli altri, anche se dentro di sé, sentiva che non era pronto. 

Però poi aveva fallito, e quindi per un po’ aveva smesso di fidarsi di se stesso finchè un giorno sentì un forte dolore attraversargli il torace.
«Un ramo del mio albero quel giorno si è spezzato» disse stringendosi un pugno al petto, «Non perché fossi debole, ma perché non avevo ascoltato i miei limiti.»

Raccontò di come gli ci fosse voluto del tempo per capire che fermarsi non è arrendersi.
Che chiedere aiuto non è fallire.
Che alcune ferite non chiedono di essere nascoste, ma viste e ascoltate.

E che non ci si deve mai arrendere ma si, ci si può sempre rialzare, per ricominciare anche cambiando strada.

Theo poi tacque, Il silenzio riempì nuovamente la stanza, mentre le sue parole continuavano ad espandersi come in un’eco nel cuore del bambino.

Poi fu Nora a prendere la parola per condividere la sua esperienza.

Raccontò di un periodo in cui si era sentita vuota. Non triste, non arrabbiata. Solo… spenta.
«Come un ramo senza foglie» disse piano.
Faceva tutto come sempre, ma senza sentire niente. Aveva continuato a sorridere, a dire “va tutto bene”, finché un giorno si era spaventata, perchè si era accorta di non sapere più cosa desiderasse davvero.
«Credevo che la fragilità fosse qualcosa da evitare» confessò. «Invece era il segnale che mi avvertiva di quanto avessi bisogno di ascoltarmi.»

Raccontò di come aveva imparato, poco alla volta, che anche i rami spogli stanno lavorando.
Silenziosamente, preparandosi a rifiorire.

E aveva visto come, dopo una lunga primavera, un ventoso autunno e un freddo inverno senza foglie, la primavera successiva il ramo del suo albero, che era rimasto spoglio per un anno intero, esplose di germogli.

E poi foglie, fiori e tantissimi frutti, tanto che, tutti gli abitanti del villaggio che si trovavano a passare lì vicino, non potevano che fermarsi ad ammirare la potenza della vita che lo attraversava manifestandosi in colori e abbondanza.

Nora poi tacque, il silenzio tornò a posarsi nella stanza, ma questa volta non era più un silenzio vuoto.
Era pieno.

Il Dottore aveva ascoltato.
Ogni tanto aveva annuito.
Ogni tanto aveva stretto una manina del bambino, quando lo aveva sentito più emozionato.

Poi parlò, con voce calma:
«Le piante non crescono con costanza dritte protese verso il cielo. Crescono come possono, seguendo la luce. E ogni deviazione racconta una storia.»

Indicò il vasetto sul tavolo.
«Quel rametto proteso verso il basso non sta sbagliando strada. Sta cercando il proprio equilibrio.»

Fu allora che disse al bambino:
«Ora guarda.»

Il bambino che era rimasto ad ascoltare con lo sguardo basso per tutto il tempo, si voltò verso la piantina.

Il rametto che prima pendeva verso il basso aveva fatto una lieve curva.
Non era improvvisamente dritto.
Non era “perfetto”.
Ma stava lentamente orientandosi di nuovo verso l’alto.

Il bambino trattenne il fiato.
«Ma… io non ho fatto niente.»

Theo e Nora si scambiarono un sorriso.

Il Dottore disse:
«Hai fatto la cosa più difficile, hai ascoltato le esperienze di Theo e Nora e guardato dentro te stesso con sincerità e fiducia. Ti sei permesso di essere fragile.»

Il bambino scese dalle ginocchia del Dottore, prese il vasetto dal tavolo e lo strinse al petto.
Non aveva più paura.
Non perché il ramo fosse “aggiustato”,
ma perché ora sapeva che anche così… andava bene.

Il Dottore si alzò, prese una mano del bambino e gli disse: «Ora è tempo di riportare il tuo giovane albero a casa.»

Fece cenno a Theo e Nora di seguirli.

Il cielo, fuori dallo studio del Dottore era ancora chiaro e luminoso, e il sole li accompagnò con il suo calore durante la passeggiata.

Arrivarono presto al Giardino degli Alberi del Villaggio.

Era lì ad attenderli vivo, ricco, maestoso come sempre e gremito di alberi di ogni altezza, forma e specie.

Il dottore disse solo:
«Osserva.»

Il bambino guardò per primi
gli alberi di Theo e Nora.

Vide il ramo spezzato di cui Theo aveva parlato.
Vide il ramo una volta spoglio e oggi pieno e rigoglioso di Nora.

Poi guardò gli altri alberi. Li aveva guardati molto spesso, ma mai visti veramente.

C’erano alberi storti.
Alberi con innesti.
Alberi con cicatrici.
Alberi bassi e larghi.
Alberi sottili e altissimi.

Alberi spogli.

Nessuno uguale a un altro.

Eppure tutti vivi.
Tutti protesi, a loro modo, verso la luce.

Il Dottore si chinò
e scostò un po’ di terra con le sue mani grandi e forti, creando uno spazio per accogliere la piantina del bambino.

Sotto terra, come in una rete tessuta con amore all’uncinetto, le radici degli alberi si intrecciavano.

«Guarda» Disse.

«Questa, anche se non si vede, è una delle parti più importanti. Le radici dei diversi alberi, si intrecciano per sostenersi tra loro.
Condividono la propria forza.
Tenendo in piedi anche gli alberi più fragili.»

Il bambino guardò con stupore e attenzione, poi alzò lo sguardo.

Notò che oltre alle radici, anche le chiome degli alberi collaboravano tra loro. 

Direzionavano le foglie più alte, lasciando filtrare la luce,
perché anche quelle più in basso
potessero ricevere il sole.

E capì.

Con grande emozione,
ripiantò adagio la sua piantina nel terreno.

Non cercò di raddrizzarla.
La lasciò così com’era.

Non perfetta.
Ma parte di qualcosa.

Il Dottore, Theo e Nora lo guardarono sorridere.

E seppero che quel giorno, nel villaggio,
un giovane albero aveva piantato le sue radici con consapevolezza pronto per crescere proteso verso la luce con una fiducia nuova nel cuore.


Liza Paradisi

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