“Come una mela rossa”

C’era una volta,
in un piccolo villaggio sospeso tra la luce e l’ombra,
un sabato mattina felice e indaffarato.

La piazza principale del paese era animata dalla folla di bancarelle colorate del mercato, che ogni sabato tornava a visitare il villaggio come una attesa festa. 

Le voci dei mercanti si intrecciavano nell’aria come fili variopinti, risuonando fino ai vicoli più remoti.

C’erano commercianti che richiamavano l’attenzione dei passanti per vendere stoffe pregiate,
acquirenti intenti a contrattare il prezzo di frutta e verdura,
mamme che chiamavano a gran voce bambini che correvano perdendosi tra i banchi, alla ricerca del loro preferito, quello che arrivava da lontano e portava ogni settimana giocattoli nuovi di legno intarsiato, trottole, marionette, trenini, fionde… una vera meraviglia d’artigianato e fantasia.

Theo e Nora passeggiavano tra le bancarelle.
Nora stringeva il manico del suo cesto di vimini sottobraccio, dovevano acquistare delle mele.

Si fermarono davanti a un banco che vendeva frutta profumata di ogni tipo e stagione. Arance, fragole, kiwi, lamponi… tutti lucidati e disposti con cura nelle loro ceste, ordinati in piramidi quasi perfette.

Al centro del banco, un cesto colmo di mele rosse, tonde e lucenti, come se il sole le avesse nutrite non solo di luce e calore, ma anche di attenzioni e amore.

Theo e Nora iniziarono a sceglierle con entusiasmo, riponendole una ad una nella loro cesta.

«Guarda! Questa è perfetta!»
continuavano a ripetersi sorridendo.

Proprio in quel momento, Theo notò un bambino poco distante da loro.
Stava in disparte, con le mani dietro la schiena, osservava il via vai del mercato senza davvero farne parte.

Nora non ci pensò due volte.
Si avvicinò al bambino, si chinò davanti a lui e, senza domandargli nulla, gli porse la mela più bella.

«È per te.»
disse, accarezzandogli piano i capelli.

Il bambino sgranò gli occhi.
La prese con entrambe le mani, come fosse il più prezioso dei doni.

«È la più bella!» aggiunse Nora.

Il bambino sorrise.
E corse via stringendosi la mela al petto.

Nora tornò da Theo.
Insieme ripresero a passeggiare tra le bancarelle, felici di quel piccolo gesto, uno di quei momenti semplici che scaldano il mondo per un istante… e poi si dissolvono.

Ma poco dopo, quando ebbero finito le loro compere e si avviarono verso casa, passando davanti alla grande fontana, Nora rallentò il passo.

Lo vide.

Il bambino di prima era lì, in mezzo a un gruppo di ragazzi poco più grandi.
Ridevano.
Ma Nora capì subito che non stavano ridendo CON lui.
Stavano ridendo DI lui.

Il suono di quelle risate era più tagliente del vento in una notte di gennaio.
Le parole, lanciate una dopo l’altra, sembravano sassi scagliati contro una vetrata preziosa.

«Guardalo come tiene quella mela, sembra che non abbia mai visto un frutto!»
«Chissà se vuole mangiarla o metterla in un museo!»

Il bambino stringeva la mela al petto, ma le dita gli tremavano.
Il volto, prima luminoso mentre filava via tra le bancarelle del mercato, ora era chino e cupo.

Poi uno spintone.
Non forte.
Ma sufficiente per fargli scivolare via la mela dalle mani.

La mela cadde a terra, rotolò sul selciato e si fermò contro una pietra.

Il bambino rimase immobile.
Non pianse.
Non disse nulla.

Nora sentì il petto stringersi.
Lei e Theo si avvicinarono al gruppo di ragazzi.

«Ehi» disse Theo con voce calma. «Che succede qui?»

I ragazzi si voltarono.
Uno di loro, il più grande, con le braccia conserte e un sorriso sicuro, scrollò le spalle.

«Stavamo solo scherzando.»
«Sì» aggiunse un altro, «Non è mica successo niente.»

Nora si chinò, raccolse la mela caduta e la osservò.
Era ancora rossa.
Ancora lucida.
Ancora perfetta… all’apparenza.

«Venite qui» disse con voce calma e ferma, chiamando i ragazzi. «Venite tutti intorno a me e guardate. Voglio mostrarvi una cosa.»

Si avvicinò al muretto della fontana, posò a terra la cesta di mele acquistate al mercato.
Ne prese una tonda e soda e, con il piccolo coltello che Theo teneva sempre nello zaino, la tagliò a metà.

Dentro, la polpa era chiara, profumata, compatta, intatta. 

La mostrò ai ragazzi, in silenzio, guardandoli negli occhi, senza dire nulla.

Poi prese la mela del bambino.
Quella caduta e rotolata a terra dopo lo scherno.
La tagliò a metà e mostrò il suo interno ai ragazzi.

All’esterno era ancora rossa, lucida e bella.
Ma dentro… la polpa era ammaccata e scura.

I ragazzi tacquero e abbassarono lo sguardo.

«Vedete?» disse Nora.
«Da fuori sembrano uguali.
Ma dentro no. Alcune ferite non si vedono… perché ci logorano dentro.
E sono proprio quelle le più difficili da curare.»

Il bambino assisteva alla scena restando in silenzio, con le mani ancora tese, come se non avesse mai davvero lasciato andare la mela.

«È così che si sente una persona quando viene presa in giro» continuò Nora.
«Le parole violente non lasciano lividi sulla pelle.
Li lasciano nel cuore.»

Il ragazzo più grande sbuffò:

«Ma noi non volevamo ferirlo. È lui che è un permaloso buono a nulla.»

Theo fece un passo avanti:

«Sapete qual è la cosa più strana dei giudizi?»
«Che parlano sempre di chi li esprime. Mai di chi li riceve.»

Il ragazzo lo fissò con uno sguardo nudo e crucciato.
«Che vuoi dire?»

Nora lo guardò negli occhi, e con un tono carezzevole aggiunse:

«Ogni giudizio è uno specchio.
Quando dici qualcosa di cattivo su qualcuno, stai mostrando una parte di te che fatichi ad accettare:
una paura, una ferita, una fragilità.»

Theo aggiunse:
«Quando sentiamo la necessità di fermare le nostre attenzioni su un gesto, un comportamento, un’azione di qualcuno che ci risuona negativa, stiamo in realtà vedendo riflessa nell’altro quella particolarità di noi stessi che non ci piace, come se ci guardassimo in uno specchio, per questo sentiamo il bisogno di giudicarla, perchè ci infastidisce.»

Il silenzio si fece più denso.

Il ragazzo che in un primo momento si mostrava spavaldo distolse lo sguardo dal gruppo, rivolgendolo altrove, le parole di Theo e Nora avevano colpito nel segno.

«A me…» disse poi, con voce esitante.
«A me succede a casa. Sempre.
Mi dicono che…
che sbaglio sempre tutto.»

Quelle parole, pesanti come una nube carica di pioggia, vibrarono nell’aria destando una nuova attenzione tra gli altri ragazzi.

Nessuno aveva mai visto il loro amico sotto questa luce, così fragile.
Anzi, lo avevano sempre temuto e assecondato, cercando di farsi grandi ai suoi occhi sminuendo gli altri, proprio per non essere presi di mira ed evitare i suoi giudizi taglienti.

E mentre si scambiavano sguardi increduli e preoccupati, il ragazzo aggiunse:

«Quando prendo in giro gli altri mi sento più forte.»

Theo annuì e rispose:

«Ma ferire gli altri non guarisce le nostre ferite.»

Ci fu una pausa.

Il ragazzo guardò il bambino.
Poi la mela ammaccata.

«Scusa» mormorò.

Poi si girò verso i suoi amici e aggiunse:
«Chiedetegli scusa anche voi. E smettetela di imitarmi.
Non ho niente di buono da insegnare a nessuno… ed è meglio che ora me ne vada.»

Il bambino esitò.
Poi lo raggiunse e gli prese la mano per fermarlo.

«Aspetta» disse.
«Non è vero che non hai niente da insegnare a nessuno.
Proprio ora ci hai insegnato che si può guardare ciò che non ci piace di noi stessi con coraggio e onestà.
E che, se non ci piace un nostro comportamento o un nostro modo di reagire alle cose, possiamo provare a cambiare… anche chiedendo scusa per qualcosa che abbiamo fatto quando ancora non ne avevamo consapevolezza.
Per questo insegnamento, io ti ringrazio.»

Il ragazzo lo guardò con gli occhi lucidi e lo abbracciò, come si abbraccia un fratellino dopo una lite, prima di ricominciare a giocare insieme.

Intorno a loro, la piazza riprese a respirare.
Gli altri ragazzi si scambiarono sorrisi e pacche sulle spalle.

Theo e Nora si sorrisero.
Nora raccolse la cesta da terra e offrì le mele a tutti i ragazzi della compagnia.

Seduti sul muretto della fontana, condivisero una merenda speciale, chiacchierando e ridendo insieme, con una nuova verità nel cuore che li aiutava a guardare a un futuro in cui sarebbero stati più sinceri con se stessi e con gli altri.

Uniti da una nuova forza, da un nuovo coraggio e da una ritrovata vera amicizia.

Finita la merenda, Theo e Nora salutarono e si allontanarono felici.

Sapevano che quel giorno, nel villaggio,
qualcuno aveva imparato che i giudizi non definiscono chi siamo,
e che ogni parola detta agli altri
è una finestra aperta su noi stessi.


Liza Paradisi

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