“Il mondo è la mia classe”
C’era una volta,
in un piccolo villaggio sospeso tra la luce e l’ombra,
un lunedì mattina come tanti altri.
Nelle case del paese i genitori erano indaffarati a spalmare burro d’arachidi e marmellata sul pane, a cercare calzini nascosti chissà dove, ad abbottonare cappottini.
I bambini, ancora assonnati, si strofinavano gli occhi, si lavavano il viso in fretta, infilavano maglioni al contrario, recuperavano da sotto il letto una scarpa e quel libro che, proprio oggi, serviva assolutamente mettere nello zainetto.
Provando a districare i passi tra pigiami abbandonati a terra e giochi rimasti fermi nella posizione dell’avventura interrotta la sera prima, il tempo scorreva veloce.
I panini venivano avvolti in un fazzoletto, la colazione consumata in fretta, i baffi di latte asciugati alla meglio con la manica del maglione.
Poi un bacio alla mamma, un abbraccio al papà, e tutti i bambini giù in strada, a passo svelto verso la scuola, inciampando nei lacci di una scarpa che, nonostante gli sforzi per fare un fiocco perfetto, continuavano ostinatamente a sciogliersi.
Ma quella mattina, con grande stupore, quando i bambini arrivarono davanti ai cancelli della scuola…
li trovarono chiusi, sbarrati.
Un insolito silenzio aleggiava nell’aria.
Niente campanella.
Niente voci nel cortile.
Le finestre della scuola avevano le imposte accostate.
Ad accoglierli solo un cartello, appeso al cancello, che ondeggiava piano al vento.
C’era scritto:
“Oggi si impara altrove”
I bambini si guardarono tra loro.
Qualcuno sorrise incerto.
Qualcun altro corrugò la fronte.
Altri restarono con gli occhi incollati a quelle parole, rileggendole più volte, come se potessero cambiare significato e acquisirne uno più sensato, da un momento all’altro.
Proprio in quel momento,Theo e Nora, che si trovavano in giro per commissioni, passarono di lì.
Capirono subito che qualcosa stava agitando i cuori dei bambini.
Si fermarono anche loro davanti al cartello, lo lessero in silenzio, e poi accennando un sorriso, si scambiarono uno sguardo complice.
Il silenzio fu rotto dall’improvviso pianto di una bambina.
Aveva il viso incorniciato da boccoli rossi e stringeva con un braccio lo zainetto azzurro, mentre con l’altro teneva stretto il suo coniglio di pezza bianco, con una toppa a fiori cucita sulla zampetta, consumata dagli interminabili pomeriggi di giochi in giardino e dalle notti di coccole.
Lacrime grandi le rigavano le guance costellate di lentiggini.
«Cosa ti succede?» chiese Nora, cingendole le spalle e asciugandole il viso con un fazzoletto.
«Dobbiamo andare a scuola… perché non ci fanno entrare? Io ho paura.»
«Di cosa hai paura?» domandò Theo, avvicinandosi.
«Ho paura perchè non so che cosa DEVO fare.» Rispose lei, tirando su con il naso.
I bambini si strinsero attorno a lei.
Nessuno capiva davvero cosa stesse succedendo.
Perché i cancelli erano chiusi?
Perché la campanella, che da sempre dava il ritmo alle giornate, quella mattina non suonava?
Dove erano gli adulti che dovevano spiegare, interrogare, valutare?
Davvero quel giorno non ci sarebbero stati libri, interrogazioni alla lavagna, compiti in classe, voti?
Un’ondata di confusione invase la strada, con la prepotenza dell’acqua di un fiume che esonda.
Di fronte a una libertà sconosciuta, i bambini avevano paura.
Come avrebbero organizzato il proprio tempo?
Come avrebbero saputo cosa era giusto o sbagliato fare senza il giudizio di un adulto?
I loro corpi restavano immobili, trattenuti dall’incertezza.
Theo e Nora rimasero lì accanto a loro, offrendo sorrisi e sguardi rassicuranti.
Poco a poco i bambini iniziarono a consolarsi a vicenda.
Anche la bambina dai capelli rossi, piano piano, smise di piangere. Uno alla volta, posarono i propri zainetti a terra, accanto al cancello della scuola.
E così, accadde qualcosa.
I bambini cominciarono a muoversi.
All’inizio senza un’idea precisa, poi con entusiasmo crescente.
Alcuni corsero verso il prato lì vicino e iniziarono a trascinare rami, raccogliere foglie, sistemare sassi.
In pochi minuti nacquero capanne, rifugi segreti, ponti improvvisati.
Misuravano distanze, valutavano forme ed equilibri, decidevano insieme dove mettere un bastone perché “così regge meglio”.
Theo e Nora li osservavano sorridendo.
«Senza accorgersene stanno studiando aritmetica, geometria e tecnologia» disse Theo.
«E collaborazione» aggiunse Nora sottovoce.
Poco più in là, un gruppetto si era seduto in cerchio sul marciapiede e aveva iniziato a inventare una storia.
«C’era una volta…» diceva Luca.
«Facciamo che…» aggiungeva Maria.
«E poi arrivava…» continuava Paolo.
«E vissero tutti felici e contenti!» dichiarava Sofia!
«Come noi!» gridavano tutti insieme ridendo!!!
L’immaginazione correva veloce, i pensieri si intrecciavano, le parole prendevano forma costruendo frasi.
«Fantasia e… fonologia, morfologia, sintassi…» sussurrò Nora.
«E nessuno ha aperto un quaderno» aggiunse Theo.
In piazza, altri bambini avevano improvvisato un mercatino.
Foglie e sassolini al posto delle banconote e delle monete, fogli di carta strappati dai quaderni e piegati per creare barchette, aeroplanini, corolle di fiori incollate su bastoncini e colorate con i pennarelli.
Si progettava, si costruiva, si decorava.
Si contrattava, si discuteva, si facevano conti.
Si imparava a dare valore alle cose e a trovare accordi.
E intanto c’era chi correva.
Chi cadeva.
Chi si rialzava con le ginocchia sbucciate e chi metteva un cerotto.
Con il corpo testavano i propri limiti, quando i loro cuori erano pronti ad infondergli coraggio, ognuno con i propri tempi.
Con la mente LIBERA da campanelle e programmi, scoprivano la curiosità e il piacere della scoperta.
Theo e Nora, che erano rimasti un pò in disparte ad osservare quella magia, si avvicinarono ai bambini.
«Cosa sta succedendo qui, ragazzi?» Chiese Theo.
«Stiamo giocando!» risposero in coro.
«È vero. State giocando. E attraverso il gioco libero state allenando la testa, il corpo e il cuore.»
I bambini si voltarono verso Theo, mettendosi in ascolto.
Poi uno disse: «Ma noi stiamo solo giocando!»
Nora sorrise.
«È proprio così che funziona.
«Vi svelo un segreto… non tutto ciò che educa assomiglia allo studio.
Ci sono giochi che, mentre ci coinvolgono, ci fanno crescere e lasciano tracce profonde.»
I bambini, sentendo quelle parole, si fermarono a riflettere e se le ripeterono nella mente più volte, proprio come avevano fatto quella mattina leggendo e rileggendo il cartello appeso al cancello che diceva: “Oggi si impara altrove”.
Sembrava fosse passato un tempo lunghissimo da quella mattina, un tempo in cui avevano imparato a gestire da soli le ore, ad ascoltare le proprie emozioni e a condividerle con gli altri.
Si presero ancora un minuto per riflettere, finché a un tratto una voce disse:
«Ehi! Chi di voi ha fame? Presto!!! Prendiamo i panini dagli zainetti e corriamo a fare merenda nell’accampamento!!!»
«Il tuo con cos’è?»
«Marmellata di lamponi! Il tuo?»
«Formaggio!»
«Facciamo metà del mio e metà del tuo, per uno?»
«Va bene… però poi io decido il finale della prossima storia!»
«Affare fatto!»
Theo e Nora rimasero per tutto il pomeriggio a fare compagnia ai bambini che, dopo la merenda, continuarono a giocare liberi e felici.
Quel giorno, nel villaggio, la scuola non era chiusa.
Aveva solo cambiato forma.
Liza Paradisi


